La scuola…la scuola è una cosa importante e come ha detto una volta Grillo se ci sono due cose su cui lo stato non deve mai tagliare queste sono scuola e sanità. Inutile dire che questo non è certo il motto del governo Berlusconi la cui ministra Gelmini una mattina si è svegliata e ha deciso di diminuire gli sprechi della scuola italiana (ma quali sprechi poi, provate ad entrare in una qualsiasi scuola, hanno a malapena la carta per le fotocopie), direi che si è lasciata prendere un po’ troppo la mano e da incompetente quale è ha fatto uno scempio.
Il ritorno al maestro unico, una cosa assolutamente inaudita al giorno d’oggi, la ministra si è giustificata dicendo che in fondo anche la sua generazione è stata educata col maestro unico; se quelli della tua generazione sono tutti come te allora direi proprio che quella del maestro unico è una tecnica decisamente fallimentare, a parte le battute, se un tempo il compito del maestro unico era insegnare italiano, storia, geografia e matematica con la famosa tecnica del “se hai capito bene altrimenti t’ attacchi”, oggi il maestro unico dovrebbe insegnare alle elementari quello che oggi insegnano dalle quattro maestre in su vale a dire: italiano, storia, geografia, matematica, inglese, informatica, educazione fisica e altre materie; seguire una classe di venti bambini attentamente e tenendo d’occhio le esigenze di ogni singolo scolaro su tutte queste materie beh, scusatemi ma mi sembra impossibile che una sola persona riesca a farlo bene (a farlo male probabilmente sì, se non impazzisce prima).
La riforma (in puro stile Berlusconi) è ovviamente stata costellata, per renderla più carina, da una serie di mini provvedimenti di facciata, da far passare per grandissime trovate legislative, come
il ritorno del grembiule, che alla scuola materna c’è già, alle elementari pure, mi sembra di capire dunque che lo vogliano introdurre alle medie (ma ve li immaginate i ragazzini delle medie col grembiule? Ma cosa è? Una barzelletta?)
Il voto in condotta. Personalmente sono d’accordo col voto in condotta ma è piuttosto evidente che è un provvedimento fatto per alleggerire il tutto e farlo sembrare una gran cosa.
Le bocciature alle elementari. Credo che bocciare un bambino alle elementari sia una violenza nei suoi confronti, non fa altro che peggiorare la situazione, è una decisione presa molto avventatamente.
C’è un fatto però di cui si è parlato molto poco, troppo poco, ma si sa, i cinegiornali danno solo notizie comode, non si sognerebbero mai di darne scomode, non sia mai che i cittadini si accorgano di certe cose, due pedagogisti, di quelli con le palle tanto per intenderci, Andrea Canevaro e Dario Ianes dopo questa pessima riforma hanno dato le dimissioni dall'Osservatorio per l'Integrazione scolastica del Ministero della Pubblica Istruzione come protesta con questa lettera che vi invito a leggere.
"Questa nuova politica scolastica fatta di tagli, economie presunte, annunci e smentite, rigore, disciplina, ordine, divise, autorità, voto in condotta, bocciature, selezione, produce in tutti ulteriore insicurezza, diffidenza e conflitti.
Queste politiche scolastiche sono evidentemente gestite da finalità economicistiche, per risparmiare: ma questo avverrà sulle spalle delle famiglie, sulla pelle degli alunni e sulla credibilità della Scuola pubblica, come la vuole la nostra Costituzione.
In questo clima di "produzione sociale di ostilità, diffidenza, tensione", anche la Pedagogia subisce un violento attacco.
Nel clima di rinnovato rigore scolastico, chi viene additato come responsabile dello sfascio, oltre naturalmente ai "fannulloni"? L'ideologo dei fannulloni e dei lassisti: il pedagogista, il pedagogista di Stato, la pedagogia, il pedagogese... Chi perdonava tutto, chi non ha polso, chi comprende tutto invece di punire, chi "non ha le palle" per imporsi, chi ci "affumica" con discorsi fumosi pseudo filosofici, chi non dava importanza alle discipline, il pedagogista debole, che ha indebolito la Scuola Italiana ecc.
Ecco, a questo clima di strisciante, ma non troppo, denigrazione, come pedagogisti non ci stiamo. E non ci stiamo neppure ad essere membri di un Osservatorio per l'Integrazione Scolastica degli Alunni con Disabilità di un Ministero della Pubblica Istruzione che si comporta nei fatti come stiamo vedendo e come risulterà ancora più evidente nei prossimi mesi.
Forse la Ministra Gelmini sta cercando una nuova squadra di esperti che legittimi la sua visione (?) dell'integrazione? Non sarà facile trovarli tra i pedagogisti speciali, se sapranno leggere tra le righe della sua dichiarazione, in occasione della sua audizione alla Camera: «È nello stesso spirito, nello spirito di una scuola che sia realmente per tutti, che affermo il diritto all'istruzione di chi presenta abilità diverse. Gli obiettivi didattici, le metodologie e gli strumenti devono essere personalizzati e coerenti con le abilità di ciascuno per definire i livelli di apprendimento attesi. Molte sono le buone pratiche costruite su competenza, professionalità, disponibilità e impegno delle diverse componenti scolastiche, dagli insegnanti di sostegno agli insegnanti curricolari, dai dirigenti scolastici alle associazioni. Occorre far tesoro dall'esperienza. Il mio impegno è indirizzato ad ascoltare le esigenze, le criticità, le proposte delle famiglie e di tutte quelle realtà associative che si occupano di disabilità al fine di individuare insieme anche percorsi formativi più adeguati al bisogno con la necessaria flessibilità, superando le rigidità che non sono coerenti con l'azione educativa».
Con queste righe ci dimettiamo dunque dall'Osservatorio per l'Integrazione scolastica del Ministero della Pubblica Istruzione e confermiamo il nostro continuo impegno per migliorare la Qualità dell’inclusione degli alunni con Bisogni Educativi Speciali".
Sempre all’ erta
Teodelux
mercoledì 15 ottobre 2008
giovedì 2 ottobre 2008
L'ambasciatore del Ghana: "Aggressione brutale" [da Repubblica on line 2 Ottobre]
L'episodio della presunta violenza subita dai vigili urbani e raccontata da un giovane studente ghanese di Parma "è stata un'aggressione brutale, non mi aspettavo questo in Italia, ma é successo". Così, l'ambasciatore del Ghana in Italia Agyer Amoama parla di quanto accaduto a Parma. L'ambasciatore è a Taormina dove partecipa ad un forum internazionale sull'Africa insieme con il ministro del Turismo del Ghana Oboshie Sai Cofie. Il ministro ha preferito far parlare l'ambasciatore ''che conosce l'episodio''. ''Come ambasciatore - ha detto Amoama - registro quello di Parma come il secondo caso. L'altro è stato quello di Castelvolturno dove sono stati uccisi sei ghanesi''. E' lo stesso ambasciatore a sottolineare che ''cinque minuti prima della strage di Castelvolturno, era stato ucciso un imprenditore italiano''. ''Ho protestato con le autorità italiane - ha detto ancora - ho scritto ma non mi è ancora stata data una risposta''.
L'ambasciatore del Ghana: "Aggressione brutale" [da Repubblica on line 2 Ottobre]
L'episodio della presunta violenza subita dai vigili urbani e raccontata da un giovane studente ghanese di Parma "è stata un'aggressione brutale, non mi aspettavo questo in Italia, ma é successo". Così, l'ambasciatore del Ghana in Italia Agyer Amoama parla di quanto accaduto a Parma. L'ambasciatore è a Taormina dove partecipa ad un forum internazionale sull'Africa insieme con il ministro del Turismo del Ghana Oboshie Sai Cofie. Il ministro ha preferito far parlare l'ambasciatore ''che conosce l'episodio''. ''Come ambasciatore - ha detto Amoama - registro quello di Parma come il secondo caso. L'altro è stato quello di Castelvolturno dove sono stati uccisi sei ghanesi''. E' lo stesso ambasciatore a sottolineare che ''cinque minuti prima della strage di Castelvolturno, era stato ucciso un imprenditore italiano''. ''Ho protestato con le autorità italiane - ha detto ancora - ho scritto ma non mi è ancora stata data una risposta''.
Parma- Il capo della municipale lascia. Il nuovo:" più rispetto per i diritti" [da La Repubblica on line - Parma] 2 Ottobre
Il capo della municipale lascia nella bufera
Il nuovo "Più rispetto per i diritti"
L´ex sindaco scarica il suo pupillo: "Si autorizzano isterie collettive". È l´ottava sostituzione al vertice in otto anni. L´assessore cerca di rincuorare
di Michele Smargiassi
PARMA - Un congedo peggiore non poteva immaginarlo. Sono le nove di mattina e da nove ore Emma Monguidi non è più la comandante della polizia municipale di Parma. Avvicendamento previsto: ma cade nel mezzo della tempesta e questo cambia tutto. Ha i capelli biondi in ordine, la divisa impeccabile ma il viso molto tirato. Sapeva di essere l´ennesimo comandante pro-tempore, l´ottavo in otto anni, ma solo per lei l´uscita di scena è così amara. Nel salone pieno di colleghi la comandante uscente non riesce a dire più un paio di frasette sul tema «grazie per la collaborazione».
Il vero comandante sembra l´assessore Monteverdi, è lui che sprona e rincuora gli agenti usando un noi che dice tutto: «Coraggio, siamo nell´occhio del ciclone solo perché abbiamo fatto il nostro dovere, ma vedrete che si chiarirà tutto». L´autentico nuovo comandante si chiama invece Giovanni Iacobazzi e viene dai carabinieri dei Nas. Parla agli uomini come se non sapesse nulla del terremoto in corso, «serenità», «collaborazione», però poi scandisce: «Per me è molto importante la formazione. Nessuno nasce ?già imparato´. Bisogna saper fare bene quello che si fa, soprattutto quando si vanno a toccare i diritti fondamentali della persona». Chi vuol capire ha capito.
Agenti in giacca d´ordinanza, agenti con la paletta nello stivale, agenti in borghese: tra quelli che si disperdono nel piazzale dopo il mesto cambio della guardia ci sono forse anche i sei che Emmanuel ha conosciuto troppo da vicino. Ma nessuno te li indica: «Non li conosco», «Non so neppure i nomi». Un delegato sindacale fa il loro portavoce: «Non possono parlare per via dell´inchiesta, ma le fanno sapere che sono tranquilli e collaboreranno con l´inchiesta». Oggi si gioca in difesa. Parla ufficialmente solo il sindacato autonomo, il Sulpm, e attacca la stampa: «parzialità, fa di tutt´erbe un fascio». Niente nomi per gli sfoghi a mezza voce: «Quando i politici ci chiedono i soldi delle multe per i bilanci comunali siamo bravi, quando ci occupiamo di sicurezza siamo cattivi». «E´ difficile fermare uno che scappa senza fargli neanche un graffio». E scrivere negro sulla sua busta, è altrettanto inevitabile? Qui arriva la risposta che non t´aspetti, la mezza ammissione: «Forse non avevano capito il cognome, era solo un appunto per identificarlo». Come no: scrivi negro, e l´identificazione è assicurata. Ti guardano male: «Uno spacciatore c´era davvero, ci sputate addosso ma garantiamo anche la vostra sicurezza».
Ma lo «sanno fare», per dirla col nuovo comandante? Un po´ troppi gli «incidenti» che rispuntano dagli archivi delle cronache. Cosa «sa fare» quel Nucleo di pronto intervento che non sanno neppure dire di quanti agenti consista, quello che agisce quasi sempre in borghese e lavora solo su spaccio e prostituzione? «Hanno seguito un corso speciale», assicura il corridoio del Comando. E come si entra in questa task force? Basta farsi avanti, pare. Anche ora che cerca un paio di agenti cinofili per i nuovi cani antidroga, l´assessore apre il reclutamento volontario: «Chi se la sente...». Un gruppo auto-selezionato. Molti gli ex vigili motociclisti, spiegano. Una «squadra mobile» municipale, un corpo dentro il corpo. Gestito come? Nessuno risponde: la polizia municipale di Parma parla con la stampa tramite avvocati.
«Mettere la sicurezza urbana nelle mani della Polizia municipale si sta rivelando un azzardo»: lo dice la Cgil, che oggi andrà in piazza in difesa di Emmanuel. Ma cominciano a pensarlo in molti, in città. E quello che lo pensa più di tutti non è un oppositore politico, anzi sta in municipio: è Elvio Ubaldi, nove anni in fascia tricolore, primo sindaco "civico" di una grande città, l´uomo che strappò Parma al centrosinistra, oggi presiede il Consiglio comunale ed è il padrino politico del suo successore Vignali. Ma su questa faccenda lo molla: «Sulla sicurezza i sindaci di tutti i partiti e il governo stanno giocando una partita isterica. Il governo scarica furbescamente le sue responsabilità, i sindaci per protagonismo cadono nella trappola, mandano in strada agenti maldestri, e così succedono gli incidenti.
I vigili di Parma li conosco: non sono Rambo né razzisti. Sono come tutti i vigili d´Italia: quali sono i criteri di selezione per entrare in polizia municipale? Conoscenze di diritto amministrativo, pratica col traffico, poco altro. Digiuni assoluti di contrasto al crimine, impreparati a gestire un´emergenza. Anche atleticamente... Con tutto il rispetto, ma lei ha visto la taglia di certi vigili?». Se fosse stato lui il sindaco, la Carta di Parma, il manifesto dei sindaci sulla sicurezza voluto dal suo successore, non l´avrebbe neppure firmata: «Produce uno stato confusionale. Abbiamo già tre polizie per la repressione del crimine. Metterci anche i vigili è sbagliato. E´ come dire alla città: è vero, siamo in grave pericolo. Non è così: le sembra che Parma sia Castel Volturno? Invece di lavorare per la serenità dei cittadini, che è il compito di un sindaco, si sollecitano reazioni allarmate, si autorizzano isterie collettive. Quest´uso della polizia municipale deve finire prima possibile».
(02 ottobre 2008)
Il nuovo "Più rispetto per i diritti"
L´ex sindaco scarica il suo pupillo: "Si autorizzano isterie collettive". È l´ottava sostituzione al vertice in otto anni. L´assessore cerca di rincuorare
di Michele Smargiassi
PARMA - Un congedo peggiore non poteva immaginarlo. Sono le nove di mattina e da nove ore Emma Monguidi non è più la comandante della polizia municipale di Parma. Avvicendamento previsto: ma cade nel mezzo della tempesta e questo cambia tutto. Ha i capelli biondi in ordine, la divisa impeccabile ma il viso molto tirato. Sapeva di essere l´ennesimo comandante pro-tempore, l´ottavo in otto anni, ma solo per lei l´uscita di scena è così amara. Nel salone pieno di colleghi la comandante uscente non riesce a dire più un paio di frasette sul tema «grazie per la collaborazione».
Il vero comandante sembra l´assessore Monteverdi, è lui che sprona e rincuora gli agenti usando un noi che dice tutto: «Coraggio, siamo nell´occhio del ciclone solo perché abbiamo fatto il nostro dovere, ma vedrete che si chiarirà tutto». L´autentico nuovo comandante si chiama invece Giovanni Iacobazzi e viene dai carabinieri dei Nas. Parla agli uomini come se non sapesse nulla del terremoto in corso, «serenità», «collaborazione», però poi scandisce: «Per me è molto importante la formazione. Nessuno nasce ?già imparato´. Bisogna saper fare bene quello che si fa, soprattutto quando si vanno a toccare i diritti fondamentali della persona». Chi vuol capire ha capito.
Agenti in giacca d´ordinanza, agenti con la paletta nello stivale, agenti in borghese: tra quelli che si disperdono nel piazzale dopo il mesto cambio della guardia ci sono forse anche i sei che Emmanuel ha conosciuto troppo da vicino. Ma nessuno te li indica: «Non li conosco», «Non so neppure i nomi». Un delegato sindacale fa il loro portavoce: «Non possono parlare per via dell´inchiesta, ma le fanno sapere che sono tranquilli e collaboreranno con l´inchiesta». Oggi si gioca in difesa. Parla ufficialmente solo il sindacato autonomo, il Sulpm, e attacca la stampa: «parzialità, fa di tutt´erbe un fascio». Niente nomi per gli sfoghi a mezza voce: «Quando i politici ci chiedono i soldi delle multe per i bilanci comunali siamo bravi, quando ci occupiamo di sicurezza siamo cattivi». «E´ difficile fermare uno che scappa senza fargli neanche un graffio». E scrivere negro sulla sua busta, è altrettanto inevitabile? Qui arriva la risposta che non t´aspetti, la mezza ammissione: «Forse non avevano capito il cognome, era solo un appunto per identificarlo». Come no: scrivi negro, e l´identificazione è assicurata. Ti guardano male: «Uno spacciatore c´era davvero, ci sputate addosso ma garantiamo anche la vostra sicurezza».
Ma lo «sanno fare», per dirla col nuovo comandante? Un po´ troppi gli «incidenti» che rispuntano dagli archivi delle cronache. Cosa «sa fare» quel Nucleo di pronto intervento che non sanno neppure dire di quanti agenti consista, quello che agisce quasi sempre in borghese e lavora solo su spaccio e prostituzione? «Hanno seguito un corso speciale», assicura il corridoio del Comando. E come si entra in questa task force? Basta farsi avanti, pare. Anche ora che cerca un paio di agenti cinofili per i nuovi cani antidroga, l´assessore apre il reclutamento volontario: «Chi se la sente...». Un gruppo auto-selezionato. Molti gli ex vigili motociclisti, spiegano. Una «squadra mobile» municipale, un corpo dentro il corpo. Gestito come? Nessuno risponde: la polizia municipale di Parma parla con la stampa tramite avvocati.
«Mettere la sicurezza urbana nelle mani della Polizia municipale si sta rivelando un azzardo»: lo dice la Cgil, che oggi andrà in piazza in difesa di Emmanuel. Ma cominciano a pensarlo in molti, in città. E quello che lo pensa più di tutti non è un oppositore politico, anzi sta in municipio: è Elvio Ubaldi, nove anni in fascia tricolore, primo sindaco "civico" di una grande città, l´uomo che strappò Parma al centrosinistra, oggi presiede il Consiglio comunale ed è il padrino politico del suo successore Vignali. Ma su questa faccenda lo molla: «Sulla sicurezza i sindaci di tutti i partiti e il governo stanno giocando una partita isterica. Il governo scarica furbescamente le sue responsabilità, i sindaci per protagonismo cadono nella trappola, mandano in strada agenti maldestri, e così succedono gli incidenti.
I vigili di Parma li conosco: non sono Rambo né razzisti. Sono come tutti i vigili d´Italia: quali sono i criteri di selezione per entrare in polizia municipale? Conoscenze di diritto amministrativo, pratica col traffico, poco altro. Digiuni assoluti di contrasto al crimine, impreparati a gestire un´emergenza. Anche atleticamente... Con tutto il rispetto, ma lei ha visto la taglia di certi vigili?». Se fosse stato lui il sindaco, la Carta di Parma, il manifesto dei sindaci sulla sicurezza voluto dal suo successore, non l´avrebbe neppure firmata: «Produce uno stato confusionale. Abbiamo già tre polizie per la repressione del crimine. Metterci anche i vigili è sbagliato. E´ come dire alla città: è vero, siamo in grave pericolo. Non è così: le sembra che Parma sia Castel Volturno? Invece di lavorare per la serenità dei cittadini, che è il compito di un sindaco, si sollecitano reazioni allarmate, si autorizzano isterie collettive. Quest´uso della polizia municipale deve finire prima possibile».
(02 ottobre 2008)
sabato 27 settembre 2008
Politica e scandali [un colloquio con Di Pietro da L'espresso del 25/09/08]
Che silenzio in quel Palazzo
di Antonio Carlucci
Se un parlamentare viene indagato nessuno reagisce. Neanche il Pd. Perché tutti temono di essere toccati dalle inchieste. Colloquio con Antonio Di Pietro
È uno scandalo che sui rapporti tra camorra, impresa e politica nella quale sono coinvolti politici che fanno parte del governo o che sono rappresentanti locali del Popolo delle libertà non ci sia una riflessione dei partiti e un interesse da parte di tutti a informare i cittadini su ogni aspetto di questa vicenda...
Antonio Di Pietro, il leader di Italia dei Valori, non si meraviglia più di tanto che le notizie di indagini sul sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino o sul coordinatore campano del Pdl Luigi Cesaro abbiano visto il centrodestra fare muro a difesa degli indagati e il centrosinistra voltare la testa dall'altra parte o limitarsi a burocratiche dichiarazioni. Ma Di Pietro non resta a guardare le macerie della politica: indica comportamenti da seguire, alla politica come all'informazione, non risparmia nessuno e propone nuove leggi. E sfida tutti i partiti a "rilanciare l'etica nella politica".
In attesa che questo avvenga, come spiega le reazioni del mondo dei partiti alle indagini in Campania?
"La politica oggi non reagisce perché non ci sono partiti immuni dalla possibilità di vedere finire sotto inchiesta personaggi di livello nazionale, regionale e comunale. Si gira la testa dall'altra parte, o ci si salva l'anima con qualche frase di circostanza perché c'è il terrore che se oggi attacco il mio avversario politico, chiedendo di lasciare incarichi di governo o nelle amministrazioni locali fino a quando non sarà accertata o meno la responsabilità penale, domani potrà accadere a qualcuno della mia formazione politica".
Nel centrodestra hanno fatto muro su Cosentino e Cesaro.
"E che cosa si aspettava! Abbiamo il presidente del Consiglio che fa di tutto per evitare il suo processo, che dice ai suoi avvocati parlamentari di ricusare i giudici o fissare impegni parlamentari per disertare il processo. Tutti gli altri si comportano di conseguenza e si sentono protetti dal capo".
Perché il Partito democratico, la formazione più forte nel centrosinistra, ha assunto una posizione tiepida e burocratica di fronte allo scenario dell'inchiesta rivelata da 'L'espresso' sugli intrecci tra politica, camorra e impresa per lo smaltimento dei rifiuti?
"Il Pd deve fare una scelta di campo che non ha ancora fatto. Deve fare i conti con se stesso. E non c'è solo il caso della Campania dove non è stato detto al presidente della Regione Antonio Bassolino di fare un passo indietro quando è finito sotto inchiesta. Ci sono le storie della Calabria e, in questi giorni di nuovo sotto gli occhi di tutti, le vicende legate alle indagini sulla sanità in Abruzzo".
Walter Veltroni e Dario Franceschini
Non è tenero verso il suo principale alleato...
"Quando sento Walter Veltroni rispondere a una domanda durante un'intervista televisiva che, sì la giustizia è un problema importante, ma ve ne sono di più importanti come l'occupazione e il lavoro, mi cascano le braccia. Sarà pure vero quello che dice, ma non può certo essere una giustificazione per non prendere una chiara posizione sulle vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti politici nazionali o locali".
Lei disegna uno scenario in cui sembra di essere entrati in un mondo dove tutti difendono tutti di fronte a qualsiasi avvenimento per difendere solo se stessi. Come se ne esce?
"La soluzione c'è. Una legge che si potrebbe approvare in pochissimi giorni composta di pochi, chiari articoli, che vieti di candidare in Parlamento, alla Regione, al Comune o alla Provincia chi è stato condannato: e che vieti di essere candidato a chi è sotto inchiesta, così come di assumere incarichi di governo, sia a livello centrale che periferico".
Se un parlamentare viene indagato nessuno reagisce. Neanche il Pd. Perché tutti temono di essere toccati dalle inchieste. Colloquio con Antonio Di Pietro
Italia dei Valori si sente immune dai rischi di vedere suoi esponenti coinvolti in indagini giudiziarie e di dover dunque seguire il decalogo che lei vorrebbe?
"No, assolutamente no. Se ben ricorda ero ministro del governo di Romano Prodi e mi dimisi perché ero finito sotto inchiesta. Sono stato libero di difendermi e sono stato prosciolto da tutto. Ma è anche accaduto che elementi del mio partito siano finiti sotto inchiesta. Ma noi non abbiamo fatto melina: o sono stati messi alla porta o, se avevano incarichi di governo a livello periferico, abbiamo voluto che fosse loro tolta la delega in attesa di chiarire se erano innocenti o colpevoli. Io non vedo gli altri partiti comportarsi in questo modo. Le racconto anche una vicenda che stiamo vivendo in questi giorni: dopo lo scandalo sanità si deve tornare alle urne in Abruzzo, noi abbiamo proposto al Pd, che è il nostro principale alleato, di formare le liste solo con persone immuni da condanne e non sotto inchiesta. Beh, la riunione per le liste si deve ancora fissare e il Pd ci ha fatto sapere che stanno discutendo con l'Udc".
(25 settembre 2008)
di Antonio Carlucci
Se un parlamentare viene indagato nessuno reagisce. Neanche il Pd. Perché tutti temono di essere toccati dalle inchieste. Colloquio con Antonio Di Pietro
È uno scandalo che sui rapporti tra camorra, impresa e politica nella quale sono coinvolti politici che fanno parte del governo o che sono rappresentanti locali del Popolo delle libertà non ci sia una riflessione dei partiti e un interesse da parte di tutti a informare i cittadini su ogni aspetto di questa vicenda...
Antonio Di Pietro, il leader di Italia dei Valori, non si meraviglia più di tanto che le notizie di indagini sul sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino o sul coordinatore campano del Pdl Luigi Cesaro abbiano visto il centrodestra fare muro a difesa degli indagati e il centrosinistra voltare la testa dall'altra parte o limitarsi a burocratiche dichiarazioni. Ma Di Pietro non resta a guardare le macerie della politica: indica comportamenti da seguire, alla politica come all'informazione, non risparmia nessuno e propone nuove leggi. E sfida tutti i partiti a "rilanciare l'etica nella politica".
In attesa che questo avvenga, come spiega le reazioni del mondo dei partiti alle indagini in Campania?
"La politica oggi non reagisce perché non ci sono partiti immuni dalla possibilità di vedere finire sotto inchiesta personaggi di livello nazionale, regionale e comunale. Si gira la testa dall'altra parte, o ci si salva l'anima con qualche frase di circostanza perché c'è il terrore che se oggi attacco il mio avversario politico, chiedendo di lasciare incarichi di governo o nelle amministrazioni locali fino a quando non sarà accertata o meno la responsabilità penale, domani potrà accadere a qualcuno della mia formazione politica".
Nel centrodestra hanno fatto muro su Cosentino e Cesaro.
"E che cosa si aspettava! Abbiamo il presidente del Consiglio che fa di tutto per evitare il suo processo, che dice ai suoi avvocati parlamentari di ricusare i giudici o fissare impegni parlamentari per disertare il processo. Tutti gli altri si comportano di conseguenza e si sentono protetti dal capo".
Perché il Partito democratico, la formazione più forte nel centrosinistra, ha assunto una posizione tiepida e burocratica di fronte allo scenario dell'inchiesta rivelata da 'L'espresso' sugli intrecci tra politica, camorra e impresa per lo smaltimento dei rifiuti?
"Il Pd deve fare una scelta di campo che non ha ancora fatto. Deve fare i conti con se stesso. E non c'è solo il caso della Campania dove non è stato detto al presidente della Regione Antonio Bassolino di fare un passo indietro quando è finito sotto inchiesta. Ci sono le storie della Calabria e, in questi giorni di nuovo sotto gli occhi di tutti, le vicende legate alle indagini sulla sanità in Abruzzo".
Walter Veltroni e Dario Franceschini
Non è tenero verso il suo principale alleato...
"Quando sento Walter Veltroni rispondere a una domanda durante un'intervista televisiva che, sì la giustizia è un problema importante, ma ve ne sono di più importanti come l'occupazione e il lavoro, mi cascano le braccia. Sarà pure vero quello che dice, ma non può certo essere una giustificazione per non prendere una chiara posizione sulle vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti politici nazionali o locali".
Lei disegna uno scenario in cui sembra di essere entrati in un mondo dove tutti difendono tutti di fronte a qualsiasi avvenimento per difendere solo se stessi. Come se ne esce?
"La soluzione c'è. Una legge che si potrebbe approvare in pochissimi giorni composta di pochi, chiari articoli, che vieti di candidare in Parlamento, alla Regione, al Comune o alla Provincia chi è stato condannato: e che vieti di essere candidato a chi è sotto inchiesta, così come di assumere incarichi di governo, sia a livello centrale che periferico".
Se un parlamentare viene indagato nessuno reagisce. Neanche il Pd. Perché tutti temono di essere toccati dalle inchieste. Colloquio con Antonio Di Pietro
Italia dei Valori si sente immune dai rischi di vedere suoi esponenti coinvolti in indagini giudiziarie e di dover dunque seguire il decalogo che lei vorrebbe?
"No, assolutamente no. Se ben ricorda ero ministro del governo di Romano Prodi e mi dimisi perché ero finito sotto inchiesta. Sono stato libero di difendermi e sono stato prosciolto da tutto. Ma è anche accaduto che elementi del mio partito siano finiti sotto inchiesta. Ma noi non abbiamo fatto melina: o sono stati messi alla porta o, se avevano incarichi di governo a livello periferico, abbiamo voluto che fosse loro tolta la delega in attesa di chiarire se erano innocenti o colpevoli. Io non vedo gli altri partiti comportarsi in questo modo. Le racconto anche una vicenda che stiamo vivendo in questi giorni: dopo lo scandalo sanità si deve tornare alle urne in Abruzzo, noi abbiamo proposto al Pd, che è il nostro principale alleato, di formare le liste solo con persone immuni da condanne e non sotto inchiesta. Beh, la riunione per le liste si deve ancora fissare e il Pd ci ha fatto sapere che stanno discutendo con l'Udc".
(25 settembre 2008)
domenica 21 settembre 2008
Comunicato della redazione dell'Espresso sulle recenti perquisizioni
La Finanza in redazione
comunicato della direzione
Per la seconda volta nell'arco di pochi giorni il settimanale L'espresso e i suoi giornalisti sono stati oggetto di una pesantissima azione di intimidazione da parte della procura di Napoli. Questa mattina all'alba la guardia di finanza, con un inusitato spiegamento di forze, ha proceduto di nuovo alla perquisizione delle abitazioni dei giornalisti e della sede de L'espresso che nel numero in edicola dà conto ai lettori dello sbarco a nord del clan dei Casalesi e delle commistioni della malavita con imprenditori del nord e con politici campani.
Nel dare piena solidarietà ai colleghi Emiliano Fittipaldi, Gianluca Di Feo e al collaboratore Claudio Pappaianni, la direzione de L'espresso assicura i propri lettori che il settimanale continuerà nella sua opera di puntuale informazione e denuncia e che non si farà intimidire da spettacolari e gravi iniziative della magistratura tese a limitare la libertà di informazione.
La direzione de L'espresso
(20 Settembre 2008)
La solidarietà del segretario della Fnsi (Riassunto)
In riferimento alla perquisizione della guardia di finanza nella redazione de L'espresso il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, parla di una ''azione invasiva grave e sconcertante''. La perquisizione sarebbe motivata, spiega il segretario del sindacato dei giornalisti, dalla ricerca di prove sui responsabili di presunte fughe di notizie relative all'inchiesta con il titolo Gomorra al Nord pubblicata sul numero in edicola dai giornalisti Giuliano Di Feo ed Emiliano Fittipaldi. ''La gravità e lo sconcerto - dice Siddi - è data anche dal fatto che la perquisizione avviene a redazione chiusa, in assenza dei colleghi nei confronti dei quali è condotta l'indagine. [...]
(20 Settembre 2008)
comunicato della direzione
Per la seconda volta nell'arco di pochi giorni il settimanale L'espresso e i suoi giornalisti sono stati oggetto di una pesantissima azione di intimidazione da parte della procura di Napoli. Questa mattina all'alba la guardia di finanza, con un inusitato spiegamento di forze, ha proceduto di nuovo alla perquisizione delle abitazioni dei giornalisti e della sede de L'espresso che nel numero in edicola dà conto ai lettori dello sbarco a nord del clan dei Casalesi e delle commistioni della malavita con imprenditori del nord e con politici campani.
Nel dare piena solidarietà ai colleghi Emiliano Fittipaldi, Gianluca Di Feo e al collaboratore Claudio Pappaianni, la direzione de L'espresso assicura i propri lettori che il settimanale continuerà nella sua opera di puntuale informazione e denuncia e che non si farà intimidire da spettacolari e gravi iniziative della magistratura tese a limitare la libertà di informazione.
La direzione de L'espresso
(20 Settembre 2008)
La solidarietà del segretario della Fnsi (Riassunto)
In riferimento alla perquisizione della guardia di finanza nella redazione de L'espresso il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi, parla di una ''azione invasiva grave e sconcertante''. La perquisizione sarebbe motivata, spiega il segretario del sindacato dei giornalisti, dalla ricerca di prove sui responsabili di presunte fughe di notizie relative all'inchiesta con il titolo Gomorra al Nord pubblicata sul numero in edicola dai giornalisti Giuliano Di Feo ed Emiliano Fittipaldi. ''La gravità e lo sconcerto - dice Siddi - è data anche dal fatto che la perquisizione avviene a redazione chiusa, in assenza dei colleghi nei confronti dei quali è condotta l'indagine. [...]
(20 Settembre 2008)
mercoledì 17 settembre 2008
Ue, governo fischiato sui rom Barrot: stop a Maroni su espulsioni [da La Repubblica 17-09-08]
Bruxelles, il vertice sull'inclusione si trasforma in contestazione
Fischi al rappresentante del governo Berlusconi. E l'Italia protesta
Ue, governo fischiato sui rom
Barrot: stop a Maroni su espulsioni
di ALBERTO D'ARGENIO
Ue, governo fischiato sui rom Barrot: stop a Maroni su espulsioni
Jose Manuel Barroso
BRUXELLES - Doveva essere il vertice per trovare le soluzioni all'emarginazione degli 8 milioni di Rom europei, ma si è trasformato in una ennesima caotica contestazione del governo italiano con tanto di fischi al rappresentante dell'esecutivo Berlusconi, il sottosegretario Eugenia Roccella, e conseguente protesta formale della nostra diplomazia nei confronti dell'Ue. Il tutto mentre il commissario europeo alla Giustizia, Jacques Barrot, ha chiesto al ministro degli Interni Roberto Maroni significative modifiche al pacchetto sicurezza: nel mirino le espulsioni dei cittadini comunitari e l'aggravante di clandestinità.
"Against Ethnic Profiling", contro la schedatura su base etnica. La cerimonia d'apertura del primo vertice Ue sull'inclusione Rom è stata bloccata dalla contestazione di decine di persone che sfoggiavano t-shirt contro l'ormai celebre provvedimento del governo. La protesta si è placata solo quando il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha scandito: "Siamo d'accordo con la maglietta, l'integrazione Rom è urgente a livello politico e umano". Parole calibrate in modo da non attaccare l'Italia. Chi invece lo ha fatto, e duramente, è stato il miliardiario ungherese e filantropo George Soros, tra gli ospiti d'onore di giornata: "Sono estremamente preoccupato per la schedatura su base etnica in Italia. Queste misure dovrebbero essere illegali e spero che la Ue le bocci".
Applausi scroscianti da parte del pubblico mentre dall'Italia le agenzie battevano la replica del ministro degli Esteri Franco Frattini, "preoccupato dal livello di disinformazione su una norma che è stata promossa dalla Commissione Ue". Allusione al fatto che - nonostante le numerose bocciature politiche (tra gli altri Europarlamento e Onu) - dal punto di vista tecnico il censimento dei nomadi è stato ritenuto in linea con le regole comunitarie dal commissario Barrot, che comunque continua a vigilare affinché la sua realizzazione sia in linea con i diritti umani. E durante il summit di Bruxelles lo stesso Barrot ha puntualizzato: "Soros ignora i fatti o è in malafede. I testi normativi sui censimenti dei campi rom sono in regola".
Insomma, un vertice dedicato ad uno scottante problema europeo si è trasformato in una nuova polemica sul caso Italia, sfociata in aperta contestazione, con tanto di incidente diplomatico, quando il sottosegretario al Lavoro, Eugenia Roccella, ha preso la parola a nome del governo. L'aula ha coperto la sua voce con fischi e urla e gli incandescenti rappresentanti delle comunità Rom hanno abbandonato la sala in segno di protesta.
In serata il rappresentante italiano presso l'Ue, l'ambasciatore Nelli Feroci, ha stigmatizzato "il deplorevole" episodio in una lettera di protesta all'organizzatore del vertice, il commissario europeo agli affari sociali Vladimir Spidla, lamentando che l'inviato del governo non ha potuto pronunciare il proprio intervento sull'inclusione dei Rom "in un clima sereno a causa di una serie di accese contestazioni da parte di alcuni elementi del pubblico".
Intanto dietro le quinte proseguono i contatti tra Roma e Bruxelles per sbrogliare la matassa sulle norme più bersagliate del governo Berlusconi. Se Barrot per ora ha promosso il censimento, non è andato altrettanto bene al pacchetto sicurezza.
"Tutto ciò che è automatico è inaccettabile", ha spiegato ieri riferendosi alle espulsioni dei cittadini comunitari (vedi romeni). Anomalia che il commissario la scorsa settimana ha chiesto di cambiare. In particolare Maroni dovrà chiarire che l'aggravante di clandestinità non si applica ai cittadini Ue, cancellare la loro espulsione automatica in caso di condanna a più di due anni di carcere e modificare una serie di passaggi del pacchetto sicurezza e di leggi precedenti contrarie al principio cardine dell'Unione europea secondo cui l'espulsione di cittadini comunitari può avvenire solo su decisioni prese caso per caso e secondo criteri stabiliti da Bruxelles. Punti - spiegano autorevoli fonti Ue - che il governo si è impegnato a correggere quanto prima. Pena la bocciatura Ue.
Fischi al rappresentante del governo Berlusconi. E l'Italia protesta
Ue, governo fischiato sui rom
Barrot: stop a Maroni su espulsioni
di ALBERTO D'ARGENIO
Ue, governo fischiato sui rom Barrot: stop a Maroni su espulsioni
Jose Manuel Barroso
BRUXELLES - Doveva essere il vertice per trovare le soluzioni all'emarginazione degli 8 milioni di Rom europei, ma si è trasformato in una ennesima caotica contestazione del governo italiano con tanto di fischi al rappresentante dell'esecutivo Berlusconi, il sottosegretario Eugenia Roccella, e conseguente protesta formale della nostra diplomazia nei confronti dell'Ue. Il tutto mentre il commissario europeo alla Giustizia, Jacques Barrot, ha chiesto al ministro degli Interni Roberto Maroni significative modifiche al pacchetto sicurezza: nel mirino le espulsioni dei cittadini comunitari e l'aggravante di clandestinità.
"Against Ethnic Profiling", contro la schedatura su base etnica. La cerimonia d'apertura del primo vertice Ue sull'inclusione Rom è stata bloccata dalla contestazione di decine di persone che sfoggiavano t-shirt contro l'ormai celebre provvedimento del governo. La protesta si è placata solo quando il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha scandito: "Siamo d'accordo con la maglietta, l'integrazione Rom è urgente a livello politico e umano". Parole calibrate in modo da non attaccare l'Italia. Chi invece lo ha fatto, e duramente, è stato il miliardiario ungherese e filantropo George Soros, tra gli ospiti d'onore di giornata: "Sono estremamente preoccupato per la schedatura su base etnica in Italia. Queste misure dovrebbero essere illegali e spero che la Ue le bocci".
Applausi scroscianti da parte del pubblico mentre dall'Italia le agenzie battevano la replica del ministro degli Esteri Franco Frattini, "preoccupato dal livello di disinformazione su una norma che è stata promossa dalla Commissione Ue". Allusione al fatto che - nonostante le numerose bocciature politiche (tra gli altri Europarlamento e Onu) - dal punto di vista tecnico il censimento dei nomadi è stato ritenuto in linea con le regole comunitarie dal commissario Barrot, che comunque continua a vigilare affinché la sua realizzazione sia in linea con i diritti umani. E durante il summit di Bruxelles lo stesso Barrot ha puntualizzato: "Soros ignora i fatti o è in malafede. I testi normativi sui censimenti dei campi rom sono in regola".
Insomma, un vertice dedicato ad uno scottante problema europeo si è trasformato in una nuova polemica sul caso Italia, sfociata in aperta contestazione, con tanto di incidente diplomatico, quando il sottosegretario al Lavoro, Eugenia Roccella, ha preso la parola a nome del governo. L'aula ha coperto la sua voce con fischi e urla e gli incandescenti rappresentanti delle comunità Rom hanno abbandonato la sala in segno di protesta.
In serata il rappresentante italiano presso l'Ue, l'ambasciatore Nelli Feroci, ha stigmatizzato "il deplorevole" episodio in una lettera di protesta all'organizzatore del vertice, il commissario europeo agli affari sociali Vladimir Spidla, lamentando che l'inviato del governo non ha potuto pronunciare il proprio intervento sull'inclusione dei Rom "in un clima sereno a causa di una serie di accese contestazioni da parte di alcuni elementi del pubblico".
Intanto dietro le quinte proseguono i contatti tra Roma e Bruxelles per sbrogliare la matassa sulle norme più bersagliate del governo Berlusconi. Se Barrot per ora ha promosso il censimento, non è andato altrettanto bene al pacchetto sicurezza.
"Tutto ciò che è automatico è inaccettabile", ha spiegato ieri riferendosi alle espulsioni dei cittadini comunitari (vedi romeni). Anomalia che il commissario la scorsa settimana ha chiesto di cambiare. In particolare Maroni dovrà chiarire che l'aggravante di clandestinità non si applica ai cittadini Ue, cancellare la loro espulsione automatica in caso di condanna a più di due anni di carcere e modificare una serie di passaggi del pacchetto sicurezza e di leggi precedenti contrarie al principio cardine dell'Unione europea secondo cui l'espulsione di cittadini comunitari può avvenire solo su decisioni prese caso per caso e secondo criteri stabiliti da Bruxelles. Punti - spiegano autorevoli fonti Ue - che il governo si è impegnato a correggere quanto prima. Pena la bocciatura Ue.
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