sabato 27 settembre 2008

Politica e scandali [un colloquio con Di Pietro da L'espresso del 25/09/08]

Che silenzio in quel Palazzo
di Antonio Carlucci
Se un parlamentare viene indagato nessuno reagisce. Neanche il Pd. Perché tutti temono di essere toccati dalle inchieste. Colloquio con Antonio Di Pietro

È uno scandalo che sui rapporti tra camorra, impresa e politica nella quale sono coinvolti politici che fanno parte del governo o che sono rappresentanti locali del Popolo delle libertà non ci sia una riflessione dei partiti e un interesse da parte di tutti a informare i cittadini su ogni aspetto di questa vicenda...

Antonio Di Pietro, il leader di Italia dei Valori, non si meraviglia più di tanto che le notizie di indagini sul sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino o sul coordinatore campano del Pdl Luigi Cesaro abbiano visto il centrodestra fare muro a difesa degli indagati e il centrosinistra voltare la testa dall'altra parte o limitarsi a burocratiche dichiarazioni. Ma Di Pietro non resta a guardare le macerie della politica: indica comportamenti da seguire, alla politica come all'informazione, non risparmia nessuno e propone nuove leggi. E sfida tutti i partiti a "rilanciare l'etica nella politica".

In attesa che questo avvenga, come spiega le reazioni del mondo dei partiti alle indagini in Campania?
"La politica oggi non reagisce perché non ci sono partiti immuni dalla possibilità di vedere finire sotto inchiesta personaggi di livello nazionale, regionale e comunale. Si gira la testa dall'altra parte, o ci si salva l'anima con qualche frase di circostanza perché c'è il terrore che se oggi attacco il mio avversario politico, chiedendo di lasciare incarichi di governo o nelle amministrazioni locali fino a quando non sarà accertata o meno la responsabilità penale, domani potrà accadere a qualcuno della mia formazione politica".

Nel centrodestra hanno fatto muro su Cosentino e Cesaro.
"E che cosa si aspettava! Abbiamo il presidente del Consiglio che fa di tutto per evitare il suo processo, che dice ai suoi avvocati parlamentari di ricusare i giudici o fissare impegni parlamentari per disertare il processo. Tutti gli altri si comportano di conseguenza e si sentono protetti dal capo".


Perché il Partito democratico, la formazione più forte nel centrosinistra, ha assunto una posizione tiepida e burocratica di fronte allo scenario dell'inchiesta rivelata da 'L'espresso' sugli intrecci tra politica, camorra e impresa per lo smaltimento dei rifiuti?
"Il Pd deve fare una scelta di campo che non ha ancora fatto. Deve fare i conti con se stesso. E non c'è solo il caso della Campania dove non è stato detto al presidente della Regione Antonio Bassolino di fare un passo indietro quando è finito sotto inchiesta. Ci sono le storie della Calabria e, in questi giorni di nuovo sotto gli occhi di tutti, le vicende legate alle indagini sulla sanità in Abruzzo".

Walter Veltroni e Dario Franceschini
Non è tenero verso il suo principale alleato...
"Quando sento Walter Veltroni rispondere a una domanda durante un'intervista televisiva che, sì la giustizia è un problema importante, ma ve ne sono di più importanti come l'occupazione e il lavoro, mi cascano le braccia. Sarà pure vero quello che dice, ma non può certo essere una giustificazione per non prendere una chiara posizione sulle vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti politici nazionali o locali".

Lei disegna uno scenario in cui sembra di essere entrati in un mondo dove tutti difendono tutti di fronte a qualsiasi avvenimento per difendere solo se stessi. Come se ne esce?
"La soluzione c'è. Una legge che si potrebbe approvare in pochissimi giorni composta di pochi, chiari articoli, che vieti di candidare in Parlamento, alla Regione, al Comune o alla Provincia chi è stato condannato: e che vieti di essere candidato a chi è sotto inchiesta, così come di assumere incarichi di governo, sia a livello centrale che periferico".

Se un parlamentare viene indagato nessuno reagisce. Neanche il Pd. Perché tutti temono di essere toccati dalle inchieste. Colloquio con Antonio Di Pietro
Italia dei Valori si sente immune dai rischi di vedere suoi esponenti coinvolti in indagini giudiziarie e di dover dunque seguire il decalogo che lei vorrebbe?
"No, assolutamente no. Se ben ricorda ero ministro del governo di Romano Prodi e mi dimisi perché ero finito sotto inchiesta. Sono stato libero di difendermi e sono stato prosciolto da tutto. Ma è anche accaduto che elementi del mio partito siano finiti sotto inchiesta. Ma noi non abbiamo fatto melina: o sono stati messi alla porta o, se avevano incarichi di governo a livello periferico, abbiamo voluto che fosse loro tolta la delega in attesa di chiarire se erano innocenti o colpevoli. Io non vedo gli altri partiti comportarsi in questo modo. Le racconto anche una vicenda che stiamo vivendo in questi giorni: dopo lo scandalo sanità si deve tornare alle urne in Abruzzo, noi abbiamo proposto al Pd, che è il nostro principale alleato, di formare le liste solo con persone immuni da condanne e non sotto inchiesta. Beh, la riunione per le liste si deve ancora fissare e il Pd ci ha fatto sapere che stanno discutendo con l'Udc".
(25 settembre 2008)

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